Presentazione

Ideato degustando un buon cappuccino in un elegante museo-atelier romano, il Canova. Questa caffetteria ha dato vita ad una serie di incontri serali al fine di scoprire come coniugare il buon gusto, l'estetica e l'eleganza con tutti quegli aspetti del vivere quotidiano come: i nostri criteri o ragioni, i desideri, le paure, i dubbi, ecc. che possono diventare per noi delle trappole o dei trampolini.
In definitiva di visitare le sale del nostro modo di esistere, scambiandoci in un ambiente amichevole, le nostre opinioni e impressioni.

e quest'anno....

Il tema generale dell’Athenaeum della stagione 2009-2010 sarà "Muri e Ponti".

È il senso del contatto.
In una città vera...
sai, cammini e sfiori i passanti,
sbatti contro la gente.
Qui a Los Angeles nessuno ti tocca.
Stiamo tutti dietro vetro o metallo.
Il contatto ci manca talmente
che ci schiantiamo contro gli altri...solo per sentirne la presenza.

tratto dal film “Crash” (2004)

Quest'anno nei nostri “dialoghi dell’interiorità” parleremo di noi, parleremo di come siamo immersi nelle nostre vite, nei nostri problemi, tanto da non renderci conto di chi abbiamo attorno. Andiamo avanti e dietro per le strade sfiorandoci ma senza mai toccarsi. Sembriamo tutti dentro campane di vetro.

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24/nov/2009

Pentole a pressione - di Anna Pedretti M. Id

(Roma, 30/10/2009)

Pentole a pressione: ci si infila tutto dentro per cucinare. Così facciano della nostra vita,dei nostri sentimenti. Mettiamo tutto “sul fuoco”. Il fuoco di qualche interesse. E in mezz’ora tutto è pronto. Mettiamo tutto in questo pentolone per essere sbrigativi, per semplificare i problemi, per non affrontarli mai del tutto. E semplifichiamo anche i sapori della nostra vita. Non risolviamo i problemi attraverso vie complicate, lunghe e difficili. Sia sul piano professionale che, soprattutto, su quello relazionale. Ma affrontiamo molto spesso la vita senza l’accortezza dovuta. Diventiamo così come una pentola a pressione. La sensazione è come se nella vita ci stia sfuggendo qualcosa. Immagazziniamo tutto e lo infiliamo in questa pentola a pressione. Dovremmo, invece, curare con attenzione tutti i piccoli aspetti della vita quotidiana, non cercando scappatoie per evitare di soffrire, per evitare preoccupazioni. Alla base di un comportamento del genere c’è, di solito, un istinto di autodifesa, un egoismo che ci porta a pensare troppo e male a noi stessi. E magari ci perdiamo quelle cose che potrebbero dare sapore alla nostra vita. Come il soffrire per uscire vittoriosi e forti da un periodo brutto della nostra vita. Soffrire per un amico, sacrificarsi, togliere tempo al proprio tempo per aiutarlo, questo è ciò che, ad esempio, può donare sapore alla nostra vita. E noi immagazziniamo e immagazziniamo, fino a quando ad un certo punto si deve far sfiatare la valvola, e lo si fa litigando con il nostro prossimo, a lavoro, in famiglia, diventando irascibili e di cattivo umore. Fino a piangere lacrime amare. Lacrime di solitudine.
Abbiamo perso il gusto della vita? Qual è la nostra sensibilità a questi aspetti della nostra esistenza?
Tutto ciò che facciamo ha sempre lo stesso sapore. D’altronde, mettersi in gioco è rischioso, perché potremmo perdere tutto quello che abbiamo guadagnato. Perché non riusciamo a vedere dove possiamo arrivare. Nella quotidianità vissuta in maniera piatta ed automatica c’è il rischio di perdere il gusto delle cose, di perdere il contatto con gli altri. E’ così, ad esempio, che sul posto di lavoro vediamo il nostro simile non come un collega, una persona con cui si deve collaborare, ma come un rivale, uno che può togliere spazio alla nostra carriera. E’ pure vero che la quotidianità può essere vissuta in maniera serena (a lavoro si scherza con i colleghi ecc..), ma magari non ci da ricchezza per il futuro, ricchezza di valori, utilità per l’umanità. Una quotidianità vissuta in modo sereno, ma di cui non resterà niente. Una quotidianità che non comunica, che non lascia niente. Dove sono finite le relazioni umane più autentiche? Nemmeno nella famiglia, dove ci si litiga per una piccola eredità.
A volte, allora, si sente il bisogno di sfogarsi, di far uscire un po’ d’aria da questa pentola a pressione dove immagazziniamo tutti i nostri sentimenti, le nostre emozioni. Tanta gente ha bisogno di sfogarsi, ma non sa con chi farlo. Perché è diffidente. Non si vuole scoprire, non vuole disarmarsi, mostrarsi debole e bisognosa d’aiuto. Le stesse persone bisognose di sfogo sono quelle che evitano il contatto con gli altri. A volte ci si sfoga con un estraneo incontrato da pochi minuti.
Ma a volte questa valvola non funziona. Esce tutto di colpo e imbratta la cucina. Insomma...fa danni gravi. In alti termini, nel momento in cui ci si sfoga, le cose le devo tirare fuori nel modo giusto, cercando di dare un ordire alla mia interiorità, ai miei pensieri, a volte zittendo le mie pulsioni/passioni. Il rischio, altrimenti, è di ferire le persone, di reagire in modo non adeguato. Dopo che la pentola a pressione scoppia, infatti, la cucina è ormai un disastro. Così come bisogna sfogarsi in modo ordinato (interiormente), così bisogna immagazzinare in modo adeguato. Qual è lo strumento per immagazzinare/sfogare in modo adeguato? Un profondo raccoglimento interiore. Un intimo silenzio di tutte le ruminazioni, pensieri ossessivi, immaginazione e “lungometraggi” vari.

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